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Sentenza

Te. Colonnello della GDF accusato di corruzione per atti contrari ai doveri d'uf...
Te. Colonnello della GDF accusato di corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio ottiene sentenza di annullamento senza rinvio la sentenza impugnata perché il reato è estinto per prescrizione, ferme restando le statuizioni civili.
Consiglio di Stato, sez. IV, 25/01/2017, (ud. 24/11/2016, dep.25/01/2017),  n. 295 

                         REPUBBLICA ITALIANA                         
                     IN NOME DEL POPOLO ITALIANO                     
                        Il Consiglio di Stato                        
              in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)               
ha pronunciato la presente                                           
                              SENTENZA                               
sul ricorso numero di registro generale 1447 del 2014,  proposto  dal
signor Gi. Ba., rappresentato e difeso da se stesso ex art. 22, comma
3, c.p.a., con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via Val
Pellice, 51;                                                         
                               contro                                
Ministero dell'Economia  e  delle  Finanze,  in  persona  del  legale
rappresentante p.t., rappresentato e difeso per legge dall'Avvocatura
Generale dello Stato, domiciliato in Roma, via dei Portoghesi, 12;   
                           per la riforma                            
della sentenza del TAR per il Lazio - Roma - Sezione II, n. 7710  del
30 luglio 2013, resa tra le parti, concernente sanzione  disciplinare
della perdita del grado per rimozione.                               
Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;                   
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero  dell'Economia
e delle Finanze;                                                     
Viste le memorie difensive;                                          
Visti tutti gli atti della causa;                                    
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 24 novembre 2016  il  Cons.
Andrea Migliozzi e  uditi  per  le  parti  l'avvocato  G.  Bausone  e
l'avvocato dello Stato M. Santoro;                                   
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.              


Fatto
FATTO e DIRITTO

1. Il sig. Gi. Ba., già Ufficiale Superiore della Guardia di Finanza, nel novembre 1998 veniva rinviato a giudizio dal GIP del Tribunale di Perugia, allorché il medesimo rivestiva il grado di Tenente Colonnello del Corpo, in ordine ai reati di cui agli artt. 110, 319 e 321 c.p. (concorso in corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio) e art. 321 legge n. 1983 /1941 in relazione all'art. 215 c.p.m.p. con ordine per tali ultimi profili di responsabilità di trasmissione degli atti al P.M.del Tribunale Militare di Roma dove veniva iscritto separato procedimento.

1.1. In data 9 gennaio 2002 interveniva la sentenza del Tribunale penale di Perugia che assolveva il predetto ufficiale dal reato sub a) di cui al decreto di rinvio a giudizio e dal delitto sub c) "per non aver commesso il fatto"; tale sentenza era impugnata a cura dell'Ufficio del P.M. e delle parti civili.

1.2. Con sentenza del 13 maggio 2003 la Corte di Appello di Perugia, in parziale riforma del decisum di primo grado, dichiarava il Ba. colpevole del reato di concorso in corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio e lo condannava alla pena di anni uno e mesi sei di reclusione nonché all'interdizione dai pubblici uffici per un tempo pari alla pena principale inflitta nonché al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile.

1.3. Avverso detta pronuncia il Ba. interponeva ricorso presso la Cassazione.

1.4. Con sentenza n. 280 del 21/2/2005 la Corte di Cassazione annullava "senza rinvio la sentenza impugnata perché il reato è estinto per prescrizione, ferme restando le statuizioni civili".

2. A conclusione del procedimento penale, il Comandante regionale della Guardia di Finanza del Lazio si determinava ad avviare nei confronti del Ba. un procedimento disciplinare di stato, sul rilievo che la "decisione della Suprema Corte ha annullato la sentenza di condanna perché il reato è estinto per prescrizione e non esplica efficacia ai sensi dell'art. 653 c.p.p. nel procedimento disciplinare né preclude l'autonomo accertamento e valutazione dei fatti in ambito amministrativo".

3. Con atto del 9 settembre 2005 l'Ufficiale inquirente contestava al Ba. una serie di addebiti specifici per comportamenti posti in essere da Tenente colonnello in servizio presso il Reparto Autonomo Centrale, in quanto "poneva in essere un comportamento altamente lesivo dell'immagine e del prestigio dell'amministrazione di appartenenza".

4. Sulla scorta delle risultanze dell'inchiesta formale, il Consiglio di disciplina nella seduta del 31 gennaio 2006 dichiarava il Ba. "non meritevole di conservare il grado".

5. Quindi interveniva il decreto del Ministro dell'Economia e delle Finanze datato 16 marzo 2006 con cui veniva irrogata, nei confronti del colonnello Ba. (nelle more collocato in congedo assoluto), la sanzione della perdita del grado per rimozione a decorrere dal 5 dicembre 1997, ai sensi degli artt. 34 e 71 della legge n. 113 del 10 aprile 1954.

Nel predetto decreto era evidenziata la condotta tenuta dall'inquisito - incompatibile con lo status rivestito, in aperta distonia con i doveri di lealtà, fedeltà e correttezza - e con la ulteriore circostanza che "durante il procedimento disciplinare di stato non sono emersi elementi che consentano un ridimensionamento della valenza penale dei gravissimi fatti oggetto di accertamento, evincendosi dalle risultanze degli atti e dei documenti acquisiti all'inchiesta precise e dirette responsabilità dell'inquisito".

6. L'interessato impugnava innanzi al TAR per il Lazio detto provvedimento sanzionatorio e gli atti presupposti, denunciandone la illegittimità per una serie di vizi illustrati con undici motivi di gravame.

7. Il proposto ricorso veniva respinto dall'adito giudice con sentenza n. 7710/2013, in quanto infondato, con riferimento a tutte le censure ivi dedotte.

8. Il sig. Ba. ha impugnato tale decisum con molteplici motivi d'appello (diluiti in oltre 80 pagine), così indicati: "6.1 primo motivo d'appello" (ulteriormente rubricato sub 6.2 e 6.3): violazione e falsa applicazione di norme di diritto; errore e travisamento dei fatti; insufficiente e contraddittoria motivazione; "7.1 secondo motivo d'appello" (ulteriormente rubricato sub 7.2 e 7.3): violazione e falsa applicazione di norme di diritto; errore e travisamento dei fatti; insufficiente e contraddittoria motivazione; " 8.1 terzo motivo d'appello (ulteriormente rubricato sub 8.2, 8.3, 8.3.1, 8.3.2, 8.3.3, , 8.3.4, 8.3.5,8.3.6,8.3.7,8.3.8,8.3.9): violazione e falsa applicazione di norme di diritto; errore e travisamento dei fatti; insufficiente e contraddittoria motivazione; " 9.1 quarto motivo d'appello ulteriormente rubricato sub 9.2, 9.3 a sua volta articolato in 9.3. 1, 9.3.2: violazione e falsa applicazione di norme di diritto; errore e travisamento dei fatti; insufficiente e contraddittoria motivazione; "10.1 quinto motivo d'appello": violazione e falsa applicazione di norme di diritto; errore e travisamento dei fatti; insufficiente e contraddittoria motivazione.

9. Si è costituito il Ministero dell'Economia e delle Finanze - Comando generale della Guardia di Finanza - che ha contestato la fondatezza del proposto gravame di cui ha chiesto la reiezione.

10. All'udienza pubblica del 24 novembre 2016 il ricorso è stato introitato per la decisione.

11. In limine il Collegio deve rilevare la inammissibilità dell'appello nella sua globalità in ragione del fatto che la estrema prolissità del medesimo rende quasi impossibile ricostruire, attraverso la lettura dell'atto, la realtà di situazioni di fatto e processuali, non potendosi accettare che una parte renda oggettivamente non comprensibile le sue pretese ragioni giuridiche, con la violazione del dovere di specificità dei motivi di ricorso sancito dal combinato disposto degli artt. 40, co. 1, lett. d) e 101, co. 1, c.p.a. nonché del dovere di sinteticità sancito dall'art. 3, co. 2, c.p.a.

In ordine alla natura, al fondamento ed alla consistenza dei doveri di sinteticità, chiarezza e specificità (degli scritti delle parti e in particolare degli atti di impugnazione), ed alle conseguenze discendenti dalla loro violazione, il Collegio non intende discostarsi dai principi elaborati dalla giurisprudenza civile ed amministrativa (cfr. Cass., sez. II, 20 ottobre 2016 n. 21297; sez. lav., 30 settembre 2014, n. 20589; sez. un., 11 aprile 2012, n. 5698; Cons. Stato, sez. V, 31 marzo 2016, n. 1268; sez. III, 21 marzo 2016, n. 1120; sez. VI, 4 gennaio 2016 n. 8; sez. V, 2 dicembre 2015, n. 5459; sez. V, 30 novembre 2015, n. 5400; sez. IV, 6 agosto 2013, n. 4153; Cons. giust. amm., 14 settembre 2014, n. 536; 19 aprile 2012, n. 395), secondo cui:

a) gli artt. 3, 40 e 101 c.p.a. intendono definire gli elementi essenziali del ricorso, con riferimento alla causa petendi (i motivi di gravame) ed al petitum, cioè la concreta e specifica decisione richiesta al giudice; con particolare riguardo alla stesura dei motivi, lo scopo delle disposizioni è quello di incentivare la redazione di ricorsi dal contenuto chiaro e di porre argine ad una prassi in cui i ricorsi, oltre ad essere poco sintetici non contengono una esatta suddivisione tra fatto e motivi, con il conseguente rischio che trovino ingresso i c.d. "motivi intrusi", ossia i motivi inseriti nelle parti del ricorso dedicate al fatto, che, a loro volta, ingenerano il rischio della pronuncia di sentenze che non esaminano tutti i motivi per la difficoltà di individuarli in modo chiaro e univoco e, di conseguenza, incorrano nel rischio di revocazione;

b) la chiarezza e specificità degli scritti difensivi (ed in particolare dei motivi) si riferiscono all'ordine delle questioni, al linguaggio da usare, alla correlazione logica con l'atto impugnato (sentenza o provvedimento che sia), alle difese delle controparti; ne consegue che è onere della parte ricorrente operare una sintesi del fatto sostanziale e processuale, funzionale alla piena comprensione e valutazione delle censure, così evitando la prolissità e la contraddittoria commistione fra argomenti, domande, eccezioni e richieste istruttorie;

c) l'inammissibilità dei motivi di appello non consegue solo al difetto di specificità di cui all'art. 101, co. 1, c.p.a., ma anche alla loro mancata "distinta" indicazione in apposita parte del ricorso a loro dedicata, come imposto dall'art. 40 c.p.a. applicabile a giudizi di impugnazione in forza del rinvio interno operato dall'art. 38 c.p.a.; conducano alla inammissibilità per violazione dei doveri di sinteticità e specificità dei motivi, come sancito dagli artt. 3 e 40 c.p.a. (Cons. Stato, sez. V, 30 novembre 2015 n. 5400);

d) il dovere di sinteticità sancito dall'art. 3, comma 2, c.p.a., strumentalmente connesso al principio della ragionevole durata del processo (art. 2, comma 2, c.p.a.), è a sua volta corollario del giusto processo, ed assume una valenza peculiare nel giudizio amministrativo caratterizzato dal rilievo dell'interesse pubblico in occasione del controllo sull'esercizio della funzione pubblica; tale impostazione è conforme alla considerazione della
Avv. Antonino Sugamele

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