La Prima Guerra Mondiale ed il sistema medico sanitario militare italiano. Dr. Giancarlo Corsano.
La Prima Guerra Mondiale ed il sistema medico sanitario militare italiano.
Il grande sistema medico sanitario militare italiano che in quarantuno mesi di guerra dovette gestire il trasporto, la cura e il ricovero di oltre due milioni e mezzo di feriti ed ammalati, era gestito, sotto il comando del Generale Della Valle, dai soldati del Corpo della Sanità Militare e dall'apparato della Croce Rossa Italiana (personale medico e “Dame della Croce Rossa”, cioè crocerossine volontarie) coadiuvato dal personale infermieristico sempre volontario facente parte di vari comitati assistenziali quali i Cavalieri di Malta, quelli dell'Ordine dei SS Maurizio e Lazzaro, i Gesuiti.
Importante fu anche l'aiuto dato dagli Alleati: nel 1918 operavano nel fronte italiano centinaia di militari di Sanità britannici e statunitensi, con compiti di ambulanzieri ma anche barellieri e infermieri. Con l'entrata in guerra, la Croce Rossa Italiana militarizzò immediatamente il suo personale, forte di 9.500 infermieri e 1.200 dottori, con 209 apparati logistici propri tra Ospedali Territoriali, attendamenti, autoambulanze e treni ospedali; già nel 1916 i medici militari in Zona di Guerra erano 11
Posto di medicazione avanzato.
8.000 (più altri 6.000 che operavano in retrovia) e nel 1918 diventarono
complessivamente 18.000. Di norma l'unità operativa di base della Sanità Militare al
fronte era la Sezione di Sanità, diretta da un capitano medico chirurgo ed operante a
livello di reggimento di fanteria, che a sua volta si divideva in due Reparti di Sanità
aggregati ognuno al Comando di battaglione e comandati da un tenente medico
chirurgo. Il Reparto di Sanità era composto, oltre che dal tenente comandante, da
altri uno o due aspiranti ufficiali medici subalterni, da un cappellano militare e da
circa una trentina di militari infermieri, portaferiti e barellieri (soldati della Sanità
militare ma anche fanti reclutati estemporaneamente per quel compito) divisi in
squadre da dieci elementi (dirette da sergenti o caporali Aiutanti di Sanità nel numero
di due per battaglione) ripartite tra le varie compagnie. Compagnie di alpini,
mitraglieri e bersaglieri ciclisti avevano invece Sezioni sanitarie autonome, per
meglio adeguarsi alla mobilità del reparto o poter operare in territori impervi.
Furono creati anche Reparti di Sanità Someggiati, dotati di muli o cavalli per lo
sgombero dei feriti dalle prime linee. La dotazione di materiale medico avveniva a
livello di battaglione per la fanteria e di compagnia per alpini, mitraglieri e bersaglieri
ciclisti; di norma una di queste unità aveva in dotazione quattro barelle e vari “cofani”
e borse di sanità contenenti garze, bende, lacci emostatici, filo per sutura, siringhe,
disinfettanti (iodio, alcool e acqua, etere, cloroformio come anestetizzante)
antiparassitari, (antitifina e naftalina) e fiale di morfina. Ricordiamo che allora non
esistevano antibiotici e che la trasfusione di sangue non veniva ancora utilizzata.
Subito dietro alle prime linee si trovavano i Posti di Medicazione, infermerie campali
sistemate in punti defilati o il più possibile al riparo dal fuoco nemico, dove venivano
sommariamente fasciati e medicati i feriti che non erano riusciti da soli ad arrestare
emorragie, fasciarsi arti rotti o maciullati o rischiavano il dissanguamento; in seguito i
feriti raggiungevano a piedi se in grado o in groppa a muli, a spalla o in
autoambulanze gli Ospedaletti da Campo. Qui il personale medico chirurgico della
Sezione di Sanità operava i feriti più gravi, medicava sommariamente o disinfettava e
mandava verso le retrovie i meno urgenti (rispedendo in linea quelli considerati abili,
scortati da carabinieri), somministrava adrenalina ai dissanguati e morfina come
sedativo ai più sofferenti oppure lasciava agonizzare quelli per cui ogni intervento
sarebbe stato inutile. A questi molto spesso venivano tolte le bende, per applicarle, in
caso di penuria di garze, a qualche altro ferito “salvabile”, prima che fossero morti, e
magari ancora in stato di semicoscienza.
In seguito tramite le Sezioni di Sanità i feriti precedentemente medicati venivano
sgomberati verso altri Ospedali da Campo (strutture sistemate su baracche o
tendopoli poste che accoglievano i feriti aggravatisi o quelli che avevano meno di 30
gg di convalescenza) o più indietro sui vari Ospedali Divisionali, d'Armata o
Territoriali della C.R.I. Tutto il territorio della retrovia fu riempito da questi grandi
Ospedali, alloggiati in prossimità di grandi strade o ferrovie dentro a scuole (è il caso
dell' Ospedale n. 031 di Mariano del Friuli), ad ospedali civili (come il S. Osvaldo di
Udine o l'Ospizio dell' Addolorata a S. Stefano Rotondo) o a grandi ville padronali (i
Savoia dal canto loro misero a disposizione il Palazzo Reale di Moncalieri, dove
sorse l' ospedale militare per mutilati, e una stanza del palazzo al Celio in Roma
riservata solo a feriti “eccellenti”). Queste grandi strutture potevano anche godere del
supporto di strutture specializzate quali sezioni di disinfestazione, laboratori chimico
batteriologici, campi contumaciali, stazioni radiologiche.
Allo scopo di decongestionare il più possibile le strutture ospedaliere in Zona di
Guerra i feriti vennero in seguito anche ricoverati in Navi Ospedale (come la Albaro,
la Menphi, la Po, la Principessa Giovanna) o nei 59 Treni Ospedale (convogli da 360
posti che raggiungevano le stazioni avanzate del fronte per caricare i pazienti). In
Friuli fu riutilizzata la via fluviale della “Litoranea Veneta” (un grosso canale
navigabile che collegava Grado a Mestre passando parallelo alla costa e distante da
essa circa 5 km), dove migliaia di feriti del Carso furono sgomberati su chiatte
rimorchiate da battelli che partivano da Grado e dopo una notte di viaggio
raggiungevano Mestre.
Importante fu anche il ruolo delle autoambulanze, dapprima semplici autocarri i cui
cassoni furono attrezzati con letti e casse contenenti materiale medico o con pertiche
per il posizionamento delle barelle e in seguito ricavate dai Fiat 15 Ter: nel 1918
erano 954, divise in autoambulanze chirurgiche (che andavano a prendere i feriti
gravi sotto le prime linee e li trasportavano verso l' interno), radiologiche, di trasporto
barelle. Tutte le strutture mobili o fisse della C.R.I. avevano ben in vista il logo
crociato rosso su sfondo bianco, per evitare che il nemico bombardasse baracche,
tende o edifici adibiti a ricovero per i feriti; questo però era possibile solo in retrovia
mentre in prima linea molto spesso si verificarono stragi di feriti fatti stazionare
dentro a semplici buche o a ricoveri di fortuna.
I feriti presso le Sezioni di Sanità dislocate negli Ospedali da Campo si dividevano
altresì in:
- Gravissimi trasportabili (feriti al cranio, addome, colonna spinale): quelli già
sommariamente operati e destinati alle ambulanze chirurgiche per altri interventi d'
urgenza;
- Gravi trasportabili candidati ad urgente ed immediato intervento chirurgico: feriti che
necessitavano di altri interventi, smistati in altri Ospedali arretrati o passati ad
ambulanze chirurgiche o radiologiche;
- Gravi trasportabili a distanza breve: destinati agli Ospedaletti da Campo più vicini,
trasportati tramite carri o autoambulanze per barelle;
- Trasportabili a lunga distanza: feriti in condizioni stabili ma non in grado di
camminare, caricati su autocarri diretti in retrovia;
- Leggeri: quei feriti che possono deambulare autonomamente.
Inutile dire che tutto questo sistema, ordinatissimo sulla carta, saltò puntualmente
durante le tragiche estati di guerra del '15, '16 e '17, quando dalle prime linee
dell'Isonzo ogni giorno scendevano verso gli Ospedali da 50 o 100 posti letto migliaia
e migliaia di feriti, stanchi, con le ferite infette, non autosufficienti, che piangevano e
urlavano di dolore. Bastano alcune testimonianze, per rendere tragicamente l'idea di
quale peso abbiano sorretto sulle loro spalle i medici della C.R.I., che dovettero
affrontare le ferite con cui la nuova guerra moderna maciullò le carni delle sue vittime
sacrificali; troppo grandi per suturare, bendare o cucire, troppo grandi per un corpo
umano. Ecco cosa succedeva nell' ospedale militare austriaco di Gorizia e nell'
ospedale da campo italiano di Romans d'Isonzo (dove il sangue correva fino sulla
strada): “….si sentiva la povera gente che gridava, operavano così, senza indormia
(senza anestesia). Tagliavano braccia, gambe, secondo la ferita che si aveva. Quelli
che morivano venivano portati al cimitero su un carretto tirato da un cavallo o da un
mulo. Il cimitero era pieno.” “I feriti sono molti e hanno un aspetto spaventoso. In
alcuni si vedono pendere le bende sanguinanti e pezzi di carne. Uno piange, l'altro
geme, il terzo chiede aiuto. […] i feriti arrivano e partono in processione. Essi
giacciono uno vicino all'altro nei corridoi, sulla paglia, e vengono portati in sala
d'operazione a seconda delle ferite più o meno gravi. Alcuni muoiono sulla barella,
altri sul tavolo d'operazione, i più fortunati nel loro letto. Il sangue scorre in terra, non
si può passare senza insanguinarsi, l'odore del sangue è perennemente nel naso…”
Il giornalista Achille Benedetti, inviato al fronte, ci racconta dalle pagine de “Il
Giornale d'Italia” l'intervento d'urgenza e la morte per infezione di un colonnello
d'artiglieria ferito da una bomba: “Le truppe del settore di Loquizza sanno la morte
veramente sublime di un colonnello dei bombardieri. Una scheggia di granata gli
aveva squarciata la gamba. La ferita era gravissima. I fenomeni tetanici si
manifestavano con rapidità spaventosa. Forse la scheggia con i resti infettivi della
combustione aveva avvelenato l'arto. Fu subito trasportato al posto di medicazione, a
cento metri dalla linea di fuoco, ove i medici […] vollero compiere l'amputazione della
gamba. Stoicamente il colonnello che già manifestava i segni preagonici sopportò
l'operazione dolorosa che i medici tentarono con i mezzi disponibili nella zona
avanzata […] ormai la cancrena fulminante aveva cominciato il suo processo
distruttivo in tutto l'organismo. Il colonnello si rivolse ai medici che lo consigliavano di
lasciarsi trasportare e con molta serenità disse: No! Non voglio andarmene. Morirò
qui! Questo è il posto della vittoria!“
Dopo gli scontri dei giorni 14 e 15 settembre 1916 sul Medio Isonzo i feriti dell' XI
corpo (III Armata), oltre 6.000 uomini, furono convogliati verso gli ospedali da campo
della valle dello Judrio e di Dolegna, dove molti di questi erano gestiti dalle
nobildonne del comitato presieduto dalla duchessa Elena d'Aosta (moglie di
Emanuele Filiberto Duca d'Aosta, comandante della stessa III Armata), coadiuvate
da alcune crocerossine: migliaia di soldati morirono dissanguati o per infezioni per
incuria del personale o perché non c'erano bende e disinfettanti a sufficienza. Il
Comando Supremo mise subito tutto a tacere, ma da allora il comandante della II
armata, gen. Capello, esigette di avere in dotazione solo personale medico
britannico.
La mortalità tra i feriti era spaventosamente alta, ed era dovuta alle poche
conoscenze mediche dell'epoca, all'impossibilità di sfruttarle appieno in zona di
guerra e alla mancanza grave di igiene che portava la temuta cancrena, il tetano, le
emorragie. L'ospedale n.073 di Schio, specializzato nel trattamento dei feriti al
cranio, tra il 15 e il 30 giugno '16 accolse 1.566 feriti che nella quasi totalità dei casi
presentavano fuoriuscita di materia cerebrale. La mortalità tra i ricoverati fu del 30%,
causa principale di morte erano le infezioni pre o post operatorie: meningo encefalite,
ascesso cerebrale, emorragia. Tra i feriti al torace la mortalità scendeva al 20%, ma
moltissimi certamente morirono una volta giunti a casa di tubercolosi, malattia che
colpiva facilmente un polmone lesionato e magari affetto da pleurite in seguito ad
infezione. Tra i feriti all'addome invece le possibilità di guarire era tristemente
lontana. I feriti al basso ventre non venivano neppure operati, tanto i medici erano
sicuri che la morte sopraggiungesse in poco tempo per dissanguamento o per
infezione in seguito alla perforazione delle budella dei genitali. L'ospedale n.08 di
Arsiero registra solo 26 casi di soldati operati in caso di ferita alla pancia, tra cui 18
terminati con la morte del paziente e che nei restanti casi provocarono gravi
peritoniti. Per i feriti agli arti invece la speranza di sopravvivere era maggiore;
durante i giorni delle grandi battaglie, in cui il sovraffollamento degli Ospedali non
permetteva cure individualizzate per ogni paziente, l'amputazione chirurgica o la
disarticolazione dell'arto maciullato era prassi. In altri casi i medici agirono anche con
metodi più ortodossi quali plastiche cutanee e legature di vasi sanguigni e tendini.
Causa di morte frequente era per loro la cancrena gassosa (causata anche dai
dolorosissimi lacci emostatici che venivano stretti attorno agli arti feriti nei Posti di
Soccorso). Anche tra i feriti caricati sulle autoambulanze chirurgiche la mortalità era
alta, dovuta al fatto che in queste strutture venivano trattati solo i casi più gravi e
disperati: l'ambulanza chirurgica d'Armata n.6 di Foza su 117 soldati sgomberati e 57
operati al suo interno 47 furono i morti (di cui 16 per complicazioni post-operatorie
come encefaliti e peritoniti).
La divisa per il militi di sanità era la mod.1909, con il bracciale della C.R.I., il fregio a
stella sul berretto e mostrine rosse ad una fiamma sul bavero (entrambi con
all'interno un pallino bianco smaltato con una piccola croce rossa centrale); gli
ufficiali medici della C.R.I. portavano invece sul berretto uno stemma dorato
contornato da foglie, oppure il fregio dell'associazione di supporto medico di
appartenenza. Tutti portavano al braccio la fascia internazionale bianca con una
croce rossa disegnata di lato. Alcuni elmetti modello Adrian, dati in dotazione al
corpo di sanità, furono dipinti di bianco e in certi casi fu disegnata una grande croce
rossa sulla parte frontale.
03-11-2014 00:04
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